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lunedì 25 gennaio 2010

Come t'innamoro un porcospino




Se pensiamo che per fare sesso, i porcospini debbano stare molto attenti sbagliamo. La verità su questi animali è piuttosto bizzarra. Le femmine, che sono ricettive solo per poche ore all’anno, con l’arrivo dell’estate diventano nervose ed estremamente  eccitate. Perdono l’appetito, stanno sempre più vicine ai maschi e cadono in una sorta di depressione. I maschi, invece, diventeranno aggressivi gli uni con gli altri e si mettono ad annusare attentamente la loro compagna e tutti i posti in cui ha urinato. L’odore della femmina è un potentissimo afrodisiaco e mentre lei continua  a tenere il muso, il porcospino inizia a “cantare” ed è pronto per l’accoppiamento. Se la femmina non è ancora pronta, si allontana. Se invece è dell’umore giusto, entrambi di alzano sulle zampe posteriori mettendosi l’uno di fronte all’altra. A questo punto il maschio spruzza sulla compagna un fortissimo getto di urina, inzuppandola completamente (il getto può raggiungere una distanza di 2 metri).  Se non è pronta la femmina può reagire in vari modi:

1)    Obiettando verbalmente
2)    Tirando pugni con le zampe anteriori
3)    Cercando di mordere il compagno
4)    Scuotendosi di dosso l’urina

Se è pronta, accetta di buon grado il bagno. Questa pratica può continuare per diverse settimane e sei mesi dopo l’inizio del corteggiamento la femmina accetterà tutti i maschi cui è stata vicina. Gli aculei di entrambi i porcospini si ammorbidiscono e si appiattiscono e il maschio penetra la femmina da dietro. L’accoppiamento continua finché il maschio non è esausto. Ogni volta che il maschio tenta di smettere, la femmina lo esorta a continuare e, se lui si arrende, lei sceglie un altro partner e interpreta il ruolo maschile. Per calmarsi le femmine ripetono passo dopo passo gli stessi rituali di corteggiamento, ma nell’ordine inverso.E’ consigliabile non avvicinarsi mai una gabbia che contiene due porcospini in fase di corteggiamento.

"...Sono quello che ti dice che ci sono quelli che puoi toccare e ci sono quelli che non si toccano. Quello non è proprio uno che non si tocca, ma è quasi come uno di quelli che non si toccano. Quindi io adesso stabilisco subito una regola del cazzo: tu non lo tocchi quello!..."

giovedì 14 gennaio 2010

Come t'innamoro un pappagallo dalla fronte bianca



Questi uccelli, originari del Messico e dell’America Centrale, sono considerati l’unica specie vivente, oltre agli esseri umani, in grado di baciarsi. Prima di accoppiarsi, il maschio e la femmina uniscono i loro becchi e si danno dei leggeri colpetti con la lingua. Se il bacio soddisfa entrambi, il maschio – con mossa audace – compie il passo successivo e rigurgita il cibo per la sua compagna, dimostrandole tutto il suo amore. A differenza di molte altre specie, i pappagalli dalla fronte bianca si occupano insieme dei loro piccoli. Quando la femmina depone il suo unico uovo, i genitori si alternano nella cova e, una volta nato il picco, si premurano entrambi di nutrirlo e di accudirlo.

"...C'era una volta...
- Un Re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. 

mercoledì 6 gennaio 2010

Come t'innamoro un pinguino




Ai pinguini piace essere "sposati, anche se le abitudini migratorie  costringono le coppie a lunghe e sofferte separazioni. Quando si ritrovano, il maschio e la femmina si mettono petto contro petto reclinano la testa all'indietro, aprono e agitano le natatoie ed emettono fortissimi suoni. L'accoppiamento avviene due settimane dopo che la coppie si è formata. Il maschio fa capire le proprie intenzioni appoggiando la testa sula ventre  della partner e a quel punto i due si allontanano in cerca di privacy, anche se il vero e proprio atto sessuale dura solo tre minuti. Per quell'anno, nessuno dei due animali si accoppierà nuovamente.
Il maschio del pinguino di Adelia sceglie la sua compagna in mezzo a una colonia di oltre un milione di esemplari, facendole rotolare una pietra vicino alle zampe. Durante la stagione degli amori le pietre scarseggiano perchè vengono utilizzate per costruire i nidi, perciò i maschi se le rubano a vicenda. Se la femmina accetta il dono, i due si mettono petto contro petto, emettendo i tipici richiami dell'accoppiamento.

"...La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, 
vogliatene bene a chi l'ha scritta, 
e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. 
Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi,
 credete che non s'è fatto 
apposta..."

venerdì 30 ottobre 2009

PREAMBOLO ALLE ISTRUZIONI PER CARICARE L'OROLOGIO


"Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria.
Non ti danno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te.
Ti regalano - non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso.
Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l'obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l'ossessione di controllare l'ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono.
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua
marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi.

Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

JULIO CORTAZAR

domenica 24 maggio 2009

I shot a Moose Once



Buon Compleanno...

...Questa è assolutamente da non credere. Abbattei un alce, un giorno. Andavo a caccia, su, verso il confine col Canada, e abbattei un alce. Lo lego al parafango, e via. Me ne torno a New York, sull'autostrada. Però non mi ero accorto che l'avevo colpito di striscio: l'alce era solo tramortito. Alle porte di New York comincia a riprendere conoscenza. Eccomi dunque a viaggiare con un alce vivo sul parafango, laddove c'è una legge nello Stato di New York che lo vieta espressamente - di viaggiare con un alce vivo sul parafango - il martedì, il giovedì e il sabato. Vengo preso dal panico.


Allora mi sovviene che un mio amico dà una festa in costume, quella sera. Prendo una decisione: vado e ci porto l'alce. L'imbuco e me ne lavo le mani. Detto e fatto. Arrivo e busso alla porta con l'alce appresso. Il padrone di casa ci accoglie sulla soglia. "Ciao", gli faccio, "conosci i Solomon?". Entriamo. L'alce socializza subito. Non se la cava mica male. Tanto più che un tale cerca, con una certa insistenza, di vendergli una polizza d'assicurazione.

A mezzanotte c'è la premiazione per i costumi più belli. Vincono il primo premio i coniugi Berkowitz, travestiti da alce. L'alce arriva secondo. Come monta su tutte le furie! Lui e i coniugi Berkowitz si prendono a cornate, lì, in salotto. Si tramortiscono a vicenda.

Ecco, dico fra me, il momento opportuno. Acchiappo l'alce, lo lego al parafango e via - torno nei boschi. Sennonché ho agguantato i coniugi Berkowitz. Ed eccomi a viaggiare con due ebrei sul parafango. Laddove vige una legge nello Stato di New York, per cui ciò è severamente vietato il martedì, il giovedì e soprattutto il sabato...

La mattina seguente, i coniugi Berkowitz si risvegliano nel bosco in costume da alce. Di lì a poco il consorte viene abbattuto, imbalsamato ed esposto, come trofeo di caccia, al Circolo Atletico di New York. È da ridere, veramente, perché a quel club non sono ammessi gli ebrei...

mercoledì 24 settembre 2008

L’Emporio celeste di conoscimenti benevoli


Gli animali si dividono nelle categorie:
a) appartenenti all’Imperatore
b) imbalsamati

c) ammaestrati

d) maialini da latte
e) sirene

f) favolosi
g) cani randagi

h) inclusi nella presente classificazione
i) che si agitano come pazzi
l) innumerevoli
m) disegnati con un pennello finissimo

n) et cetera

o) che fanno l’amore

p) che da lontano sembrano mosche


Io penso che questo sia l'elenco più esaustivo che abbia mai conosciuto in materia di classificazione animale.
Se qualcuno ha delle notazioni, aggiunte, critiche o varie eventuali mi scriva pure.

Grazie

J.L.Borges

martedì 15 aprile 2008

Una pallottola nel cervello


Anders non riuscì ad arrivare in banca che qualche istante prima della chiusura, ragion per cui
ovviamente c'era una fila che non finiva più e lui si ritrovò bloccato dietro due donne la cui stupida e
rumorosa conversazione gli urtò subito i nervi. In ogni caso, la sua disposizione d'animo non era mai
delle migliori. Anders era un critico letterario noto per l'elegante e noncurante ferocia con cui stroncava
qualsiasi libro gli capitasse di recensire.
Con una coda che ancora doppiava il corrimano, uno dei cassieri, una donna, espose la targhetta
CHIUSO davanti al suo sportello e si ritirò in fondo alla banca, si appoggiò a una scrivania e iniziò a
chiacchierare animatamente con un altro impiegato che intanto maneggiava delle carte. Le due donne
davanti ad Anders interruppero la conversazione e guardarono con odio la cassiera. - Oh, gentile la
signorina, - disse una. Poi si girò verso Anders e aggiunse, sicura del suo appoggio: - Ecco un esempio
di quella cortesia per cui questa banca va famosa.
Anders aveva sviluppato un suo personale e violentissimo odio verso la cassiera, ma immediatamente lo
rivolse sulla presuntuosa e piagnucolosa donnetta davanti a lui. - Oh, in che mondo viviamo, - disse. -
Quante tragiche ingiustizie! Se non ti amputano la gamba sbagliata, se non ti bombardano il paesello
natio, ti chiudono lo sportello sotto il naso!
Lei non si lasciò scoraggiare. - Non ho detto che era una tragedia - ribatté. - Dico solo che è un
pessimo modo di trattare i clienti.
- È imperdonabile - rimbeccò Anders. - In Cielo ne prenderanno nota.
Lei si succhiò le guance, ma fissò lo sguardo oltre le spalle di lui e non disse niente. Anders si accorse
che l'altra, la sua amica, stava sbarrando gli occhi guardando nella medesima direzione. E a quel
punto i cassieri interruppero ciò che stavano facendo, e i clienti piano piano si girarono tutti e il
silenzio calò nella banca. Due uomini che indossavano impeccabili abiti blu e avevano passamontagna
neri in testa si erano piazzati ai lati della porta. Uno dei due rapinatori teneva una pistola premuta
contro la
nuca dell'agente della vigilanza. L'agente aveva gli occhi chiusi, e le labbra gli tremavano. L'altro
rapinatore era armato con un fucile a canna mozza. - Zitti! - gridò l'uomo con la pistola, benché
nessuno avesse fiatato. - Se solo uno di voi cassieri si azzarda a premere l'allarme, qui siete tutti carne
morta. Afferrato l'idea?
I cassieri annuirono.
- Ma bravo! - disse Anders. - Carne morta - Si girò verso la donna che gli stava davanti.
- Magnifica sceneggiatura, eh? Ecco la dura poesia delle classi socialmente pericolose che ti colpisce
come un tirapugni.
La donna lo guardò con gli occhi dilatati.
Quello col fucile a canna mozza diede uno spintone all'agente costringendolo a inginocchiarsi. Passò il
fucile al suo compagno e con uno strattone afferrò i polsi dell'agente, gli tirò le braccia dietro la schiena
e gli bloccò le mani con un paio di manette. Poi lo fece ruzzolare a terra con un calcio fra le costole.
Riprese il fucile e si avvicinò alla porta di sicurezza in fondo al banco. Era un uomo basso e pesante, si
muoveva con particolare lentezza, quasi torpidamente. - Apritegli! - gridò il suo compare. Il rapinatore
col fucile varcò la porta di sicurezza e lentamente passò davanti ai vari cassieri, porgendo a ciascuno di
essi una busta di plastica. Quando arrivò davanti allo sportello vuoto, lanciò un'occhiata a quello con la
pistola, il quale disse:
- Di chi è quel posto?
Anders guardò la cassiera. Lei si portò una mano alla gola e si girò verso l'uomo con cui prima
chiacchierava. Lui annuì. - Mio, - disse lei.
- E allora muoviti culona e riempi la borsa.
- Ecco - disse Anders alla donna davanti a lui - giustizia è fatta. - Ehi! Furbone! T'ho detto forse di
parlare?
- No - disse Anders.
- Allora chiudi quella fogna.
- Sentito? - disse Anders. - «Furbone». È una battuta de I Killer. - Per l'amor di Dio, stia zitto, - gli disse
la donna.
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- Ehi, tu, sei sordo o cosa? - L'uomo con la pistola si avvicinò ad Anders e gli piantò l'arma nella pancia.
- Pensi che gioco?
- No - rispose Anders, ma la canna della pistola gli faceva il solletico come fosse un ditone puntato e gli
venne la ridarella. Per bloccarla si costrinse a fissare il rapinatore negli occhi, che erano chiaramente
visibili dietro i buchi del passamontagna: azzurro pallido, cerchiati di rosso, infiammati. Gli batteva la
palpebra destra. L'uomo alitò una zaffata penetrante come ammoniaca che sconvolse Anders più di
tutto quanto era successo fino a quel momento, e avvertì un acuto disagio quando quello lo pungolò di
nuovo con la pistola.
- Ti piaccio, furbone? - gli disse. - Hai voglia di ciucciarmi l'uccello?
- No - disse Anders.
- Allora piantala di allumare.
Anders si mise a guardare le scarpe del rapinatore, erano lucide con la mascherina lunga.
- Non giù. Su! - Gli ficcò la pistola sotto il mento e spinse verso l'alto finché Anders non ebbe gli occhi
rivolti al soffitto.
Anders non aveva mai prestato molta attenzione a quella parte della banca, un vecchio pomposo salone
coi pavimenti, gli sportelli e i pilastri di marmo, e una decorazione di ricci dorati sopra gli sportelli dei
cassieri. Il soffitto a cupola era affrescato con delle figure mitologiche alla cui bruttezza polputa e togata
Anders aveva rivolto un'occhiata molti anni prima e dopo di allora aveva sempre evitato di osservare.
Adesso non aveva altra scelta che esaminare attentamente l'opera del pittore. Era persino peggiore di
quanto ricordasse, intrisa della solennità più falsa e ridondante. L'artista conosceva due o tre trucchi del
mestiere e li usava e li riusava senza misura, il rosa della parte bassa delle nuvole aveva una certa
freschezza, amorini e fauni non lesinavano sguardi schivi ed esitanti. Il soffitto era gremito di scene
drammatiche; quella che attirò l'attenzione di Anders raffigurava Zeus ed Europa, che il pittore
rappresentava con un toro che adocchiava una giumenta di là da un mucchio di fieno. Per rendere
sensuale la giumenta, il pittore le aveva smussato i fianchi in maniera suggestiva e aveva munito gli
occhi di lunghe ciglia socchiuse dalle quali essa contemplava il toro con appassionato gradimento. Il
toro aveva l'aria compiaciuta e le sopracciglia inarcate. Se ci fosse stato un fumetto che gli usciva dalla
bocca, dentro ci sarebbe stato scritto: «Hurrah».
- Di che ghigni, furbone? - Di niente.
- Pensi che sono comico? Pensi che sono una specie di pagliaccio? - No.
- Pensi che mi puoi prendere per il culo? - No.
- Tu prendimi per il culo, e diventi storia. Capischi?
Anders scoppiò a ridere. Si coprì la bocca con entrambe le mani e disse: - Scusa, scusa - e dopo sbuffò
fra le dita senza potersi più trattenere e ripeté: - Capischi! Oh, Dio, capischi, - e fu a quel punto che
l'uomo con la pistola alzò l'arma e gli sparò dritto nella testa.
La pallottola fracassò il cranio di Anders, attraversò il cervello, e uscì dietro l'orecchio destro,
spargendo scaglie d'osso nella corteccia cerebrale, nel corpo calloso, indietro verso i gangli basali, e in
basso fino all'ipotalamo. Ma prima che tutto ciò accadesse, l'ingresso della pallottola nel cervello
innescò una crepitante catena di trasferimenti di ioni e di neurotrasmissioni. A causa della sua peculiare
origine, questo processo seguì un tracciato peculiare, riportando casualmente in vita un pomeriggio
estivo di circa quarant'anni prima, che non era mai stato richiamato alla memoria. Penetrata nel cranio,
la pallottola continuò ad avanzare a una velocità inferiore ai 300 metri al secondo, un ritmo
pateticamente lento, degno di un ghiacciaio, almeno rispetto all'attività frenetica delle sinapsi attorno al
proiettile. Una volta nel cervello, cioè, la pallottola entrò nel tempo cerebrale, il che diede ad Anders
tutto l'agio di contemplare la scena che, con una frase che lui avrebbe aborrito, «gli passò davanti agli
occhi».
Stabilito che cosa Anders ricordò, occorre forse notare tutto quello che invece non ricordò. Non si
ricordò del primo amore, Sherry, o di ciò che più di tutto in lei lo aveva fatto impazzire, prima di
piacere, poi di rabbia: la sensualità totalmente disinibita e specialmente il tono amichevole con cui
alludeva al suo pene, da lei ribattezzato Signor Talpa, snocciolando frasi come «Ohò, il signor Talpa ha
voglia di giocare», o «Vediamo dove va a nascondersi il signor Talpa!» Anders non si ricordò di sua
moglie, che pure aveva molto amato prima che lei lo sfinisse con la sua prevedibilità, o di sua figlia,
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ormai un'accigliata professoressa di Economia a Dartmouth. Non si ricordò di quando restava dietro la
porta della camera di sua figlia ad ascoltarla mentre rimbrottava l'orsacchiotto dicendogli che era stato
cattivo e descrivendogli le punizioni davvero raccapriccianti che avrebbe ricevuto se non si decideva a
filare dritto. Non si ricordò nemmeno uno delle centinaia di versi che aveva imparato a memoria in
gioventù, così da potersi far venire i brividi a comando: «Silenzioso, in cima a una vetta nel Darien», o
«Mio Dio, ho sentito parlare di questo giorno» o «Tutti i miei cari? Tutti, dici? Oh, crudele! Tutti?» Non
si ricordò di nessuno di questi versi Anders. Non si ricordò della madre che in punto di morte,
parlando del padre, aveva detto: -Avrei dovuto pugnalarlo nel sonno. Non si ricordò del professor
Josephs che raccontava ai suoi studenti come i prigionieri ateniesi in Sicilia fossero stati liberati se erano
capaci di recitare Eschilo, e poi si metteva lì a recitare Eschilo lui stesso, in greco antico. Anders non
ricordò di come si era sentito pizzicare gli occhi al suono di quelle parole. Non si ricordò della sorpresa
che aveva provato vedendo il nome di un ex compagno di università sulla copertina di un romanzo,
non molto tempo dopo che si erano laureati, o il rispetto che aveva provato dopo aver letto quel libro.
Non si ricordò del piacere di provare rispetto per qualcuno.
E neanche si ricordò di una donna che aveva visto suicidarsi buttandosi da una finestra del palazzo
dirimpetto al suo pochi giorni dopo la nascita di sua figlia. Non si ricordò di aver gridato: «Signore, abbi
pietà! » Non si ricordò di aver mandato a bella posta l'auto di suo padre a sbattere contro un albero, o
di essere stato preso a calci nelle costole da tre poliziotti durante una manifestazione contro la guerra, o
di quella volta che si era svegliato ridendo. Non si ricordò di quando aveva cominciato a guardare le
pile di libri sulla sua scrivania con un misto di noia e paura, o di quando aveva cominciato a odiare
coloro che li avevano scritti. Non si ricordò di quando tutto quanto aveva cominciato a ricordargli
qualche altra cosa.
Ecco cosa ricordò Anders. Caldo. Un campo di baseball. Dell'erba gialla, il ronzio degli insetti, lui
appoggiato a un albero mentre i ragazzi del quartiere si radunano per una partita. Li guarda mentre
litigano sulla superiorità del genio di Mantle o di Mays. È tutta l'estate che dibattono questo tema,
l'argomento è diventato noioso per Anders: opprimente, come il caldo. Poi arrivano gli ultimi due
ragazzi, Coyle e un suo cugino arrivato dal Mississippi. Anders non ha mai incontrato il cugino di Coyle
prima e non lo vedrà mai più. Gli dice ciao come fanno tutti gli altri ma poi non fa più caso a lui
almeno finché non hanno diviso il campo e qualcuno chiede al cugino di Coyle in quale posizione vuole
giocare. - Interbase, - dice il ragazzo. - Interbase è la posizione migliore che ci sono -. Anders si gira a
guardarlo. Vorrebbe sentire il cugino di Coyle ripetere la frase che ha appena detto, ma è abbastanza
sveglio da capire che è meglio non chiederglielo. Gli altri penserebbero che fa il cretino, che prende in
giro il ragazzo per il suo errore di grammatica. Ma non è questo, proprio no. È che Anders è
stranamente eccitato, euforico, per quelle tre parole finali, così totalmente inaspettate, così musicali.
Prende il suo posto in campo come in trance,
ripetendole fra sé e sé.
La pallottola è già nel cervello; l'attività cerebrale non potrà continuare in eterno a superarla in velocità,
e niente la fermerà per incanto. Essa deve seguire la sua traiettoria e uscire dal cranio trascinando come
una cometa la sua coda di memorie, di speranze, di talento e di amore, nel salone di marmo della banca.
Non ci si può fare niente. Ma per il momento Anders può ancora avere tempo. Tempo per le ombre
che si allungano sull'erba, tempo perché il cane legato alla catena abbai alla palla che vola, tempo perché
il ragazzo nel campo di destra picchi la mano nel guanto da baseball annerito dal sudore e ripeta
sommessamente come una cantilena: «La migliore posizione che ci sono, la migliore posizione che ci
sono».

 
Tobias Wolff

venerdì 11 aprile 2008

Cani


Il cane non ha una visione d'insieme; e neanche il senso del vero o il senso del falso e neanche la memoria storica. Del resto lo diceva Nietzsche.

Il filosofo Nietzsche racconta che una volta l'uomo ha chiesto al cane: ma perché invece di star lì inutilmente a guardarmi non mi parli della tua felicità? e il cane avrebbe voluto rispondere: perché mi io dimentico subito tutto, compreso quelloche volevo dire un attimo fa.

Ma si è subito dimenticato anche questa possibile risposta, e così non ha detto niente.

Nietzsche si riferiva in generale agli animali, ma più di tutti al cane perché i migliori filosofi han sempre dietro un cane come strumento di lavoro per l'indagine teoretica ed anziè grazie a quel cane che i filosofi teoretici a un certo punto han capito che era inutile insistere con la speculazione metafisica, e così è nata la cosiddetta filosofia analitica che in parole povere dice che se per strada riconosciamo un cane è inutile chiederci perché quello lì è un cane. E proprio grazie a quel cane è stata inventata la teoria della corrispondenza che è un modo per definire la verità per cui se tu chiami cane un cane, vuol dire che quello lì bisogna che sia un cane per forza, nella sua essenza ontologica, e alla fine è arrivato Umberto Eco a chiudere il ragionamento sul cane e a dire che si tratta di un tipico caso di designazione rigida.

Se il cane avesse memoria storica o visione d'insieme non sarebbe il miglior amico dell'uomo, anche se la leggenda del cane amico dell'uomo risente di cosiddetti modelli retrivi, categorie linguistico-empiriche inventate apposta per definire un legame accidentale replicato nel temposenza ponderazione o elaborazione critica, da parte del cane; magari poi nel corso dei secoli dei secoli questa categoria retriva della cosiddetta amicizia con l'uomo è entrata nella memoria genetica del cane, ma non è vera amicizia come la intendeva ad esempio Cicerone nel de amicitia o Dante Alighieri nelle rime.

Fatta questa premessa non ci sarebbero altre cose da dire sul cane, tranne che il cane è un essere che tende all'incolore, dal punto di vista della sua essenza fisica ma soprattutto dal punto di vista intellettuale, specie quando corre, tanto è vero che per dire che uno ha indosso un vestito scolorito in dialetto si dice che ha su un vestito color cane che scappa, il che di riflesso rende la giusta misura dell'indole acritica e agnostica e anche apolitica del cane, soprattutto nel suo momento dinamico, rispetto al cosiddetto senso della vita. E quando il cane scappa, novanta su cento scappa dall'uomo, il che significa che non è poi tanto amico dell'uomo, il cane.

Fatta questa premessa non ci sarebbero altre cose da dire sul cane, tranne che il cane quando ha sete e si trova per caso vicino ad una pozzanghera beve direttamente dalla pozzanghera, o se gli scappa da cagare e si trova vicino poniamo a un ministero o a una stele patriottica o alla sede di una ausl, caga direttamente davanti al ministero o alla stele o alla asl e se arriva un carabiniere o uncorazziere o un sanitario a cacciarlo via lui scappa repentinamente lasciando visivamente quella sciadal colore tipico indefinibile che ha suggerito la nota espressione vernacolare. Questa cosa appena detta, quella del cane che beve dalla pozzanghera ma forse anche quella del cane che caga, ha ispirato la filosofia cinica, il che di riflesso rende la giusta misura di quanto il cane sia per suanatura cinico a partire almeno dal quarto secolo avanti cristo.

Se non fosse cinico non sarebbeamico dell'uomo il cane. Fatta questa premessa non ci sarebbero altre cose da dire sul cane, se non che l'idea dell'accalappiamento dei cani, trasfusa nell'ispirazione creativa letteraria, mi sembra un bel punto dipartenza. Perché da che mondo è mondo la letteratura non si è mai messa seriamente dalla parte delcane, inteso il cane nel suo significato più arcano.

Perché il cane, come si diceva all'inizio di questa mesta disamina, non ha visione d'insieme e neanche la memoria storica e quindi non harappresentazione panoramica. Da che mondo è mondo invece la letteratura vuole collocarsi inposizione panoramica, cioè al di sopra delle cose, e gli autori della letteratura mondiale si collocano il più possibile al di sopra delle cose e dicono che stando collocati al di sopra delle cose le cosestesse si percepiscono meglio, e solo con una visione panoramica, dicono sempre gli autori, sicapisce quanto sia piccolo questo nostro mondo apparentemente travagliato e quanto irrisorie siano le vicende umane, comprese le epidemie e le guerre e le catastrofi ecologiche e le crisi economiche;e anche gli studiosi e gli scienziati si sono sempre collocati in posizione distante e panoramica ecosì sono nate le rivoluzioni copernicane. E anche i politici a un certo momento si sono collocatisuper partes che se oggi un onorevole dichiara di essere super partes ne arriva un altro a dichiarareche lo è di più, e poi un terzo a dichiarare che lui si colloca al centro, equidistante e al di sopra diquelle due parti di prima che credevano di essere già super partes loro, e così via. E in questa espansione incontrollata verso l'alto e verso l'epicentro cosmico, da parte degli esponenti dellaletteratura, della scienza, della politica e di tutti gli altri settori dell'umana esperienza, nessuno vuole rimanere indietro, cioè più in basso o in periferia, perché oltre a far la figura del bigolo perché non è super partes corre il rischio dell'emarginazione che, dice Crepet, è l'anticamera della malattiapsichiatrica, e così si sperimentano le terapie riabilitative su base comunitaria dove si cerca diguardare se stessi fuori dalla lente deformante di se stessi medesimi e insomma al di sopra delproprio io e delle parti che lo compongono eccetera eccetera.

C'è rimasto solo il cane, giù in basso, nel punto periferico da dove son partiti tutti, milioni di secoli fa, e dietro di lui ogni tanto un accalappiacani che lo prende e lo porta al canile. Perché il cane lecose le vede solo dal basso talmente dal basso da raggiungere la giusta distanza panoramica alcontrario dalle cose stesse, e quindi vedere dal suo piano cosiddetto calpestabile quello che invececon osservazione panoramica non vedi dall'alto. E intanto che tutti si dan da fare a collocarsi soprale parti, con altre parti che si elevano panoramiche a formare nuove parti imparziali al di sopra delleprecedenti, in una progressione infinita verso un illusorio apogeo, il cane continua empiricamente abere l'acqua delle pozzanghere, cagare davanti ai ministeri ai militi ignoti e alle ausl e nessuncarabiniere o corazziere o sanitario lo caccia più via che son tutti presi anche loro, i carabinieri e i corazzieri e i sanitari, a collocarsi in posizione panoramica verso l'illusorio apogeo, da non vederloneanche più, il cane.

E allora ad esempio sarebbe bello poniamo che mentre dei candidati a delle elezioni politiche fannodei discorsi equanimi o degli sfoghi dialettici panoramici, dentro gli studi televisivi neutrali con il telespettatore che si colloca anche lui in posizione critica neutrale, e il cameramen che inquadra panoramicamente i candidati con equidistanza ed equanimità e il moderatore che dichiara alpubblico che lui è super partes, sarebbe bello che capitasse lì un cane a fiutar per terra fin sotto ilbanco a studiar le scarpe e i calzini o rugare col muso rugiadoso nelle patte dei candidati premiers emagari gli venisse anche lo stimolo arcano estemporaneo di pisciare contro il tavolo o di leccare uncablaggio scoperto e prender la scossa da scappare via velocissimo nella scia incolore tipica del cane in fuga. Non so se questa cosa potrebbe interessare un pubblico critico o un elettoratoequanime, questa cosa del cane, o influire sui sondaggi o condizionare gli indecisi, o dare unacosiddetta scossa al paese, son tutti aspetti periferici dell'universo del cane, che è agnostico acriticocinico e apolitico. Ma di sicuro sarebbe una bella ispirazione, da tradurre dentro una letteratura conla visuale al contrario, la panoramica dal basso, al di sotto delle parti, col cane che scappa e l'uomoche gli corre dietro per accalappiarlo, tutti e due acritici e apolitici senza la visione d'insieme e ilsenso del vero e del falso e il senso della memoria. Uguali precisi al cane che diceva Nietzsche.

lunedì 3 marzo 2008

Incipit



Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo (...) il mondo dato in blocco, senza né un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita (...). Ogni volta l'inizio è quel momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore è l'allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare"


A proposito dell'incipit il caro Calvino butta lì quattro parole. Fantastico.


L'incipit è l'avvio del raccontare, di qualsiasi componimento ed è un momento meraviglioso e non potrebbe essere diversamente. Pensiamo all'inzio di una qualsiasi attività, alla motivazione ed alla emozione che portiamo gettandoci a capofitto in una nuova avventura. La sensazione meravigliosa quando inizia una nuova storia d'amore.


Se l'incipit fosse…Gioia non era mai stata in una Biblioteca


Gioia faceva fatica a pronunciare correttamente il nome biblioteca. A volte le sembrava di non riuscire a pensare in maniera compiuta "B I B L I O T E C A". Pronunciare quel nome sembrava essere la prima grande sfida di questa giornata. Quel battere doppio le labbra per poi concentrarsi sulla lingua per farla appoggiare al palato. Proseguire per la lettera O e senza neppure accorgersene chiudere la pronuncia. BIBLIOTECA.


La seconda grande sfida di oggi sarebbe stata quella di varcare la soglia della biblioteca di Frittole. Le enormi porte che riflettevano infuocate il sole, sembravano ancora più grandi. Il tempio della conoscenza che giaceva davanti a lei, sembrava lasciar presagire che oltre la soglia il grande scibile umano giaceva pronto per essere consultato. L'emozione di varcare le porte di vetro le chiudeva lo stomaco. Era una sensazione che si riservava solo per le grandi occasioni, le cerimonie importanti…le prime volte della vita.


Gioia fece un lungo respiro e dentro di se trovò la forza per andare oltre. Un attimo dopo era nuovamente ferma, anche se all'interno questa volta. La forma contemplativa, sembrava oggi, essersi impossessata di lei. Il silenzio rispettoso di quel luogo sacro la investì in pieno. Si senti come al cospetto di una grande ed invisibile divinità. Fu meravigliata della grande pace e compostezza con cui l'ambiente si rivelava secondo dopo secondo. Diritto a lei si presentavano alle estremità del suo campo visivo due colonne. Oltre queste, sulla sinistra, un enorme bancone dominava l'accesso.


Una signora con occhiali tondi e la pettinatura a cipollotto, doveva essere il direttore di quella "orchestra". Tutte le persone sembravano muoversi al suono di una musica, al il ritmo di un'aria per violoncelli. La severità era il tratto che contraddistingueva primariamente la signora, che in qualche modo le ricordava Therese.


Come se i pensieri e gli sguardi di Gioia attirassero attenzione, la signora alzò la testa in direzione di Gioia e inforcando gli occhiali disse : " Ciao Gioia, ti stavo proprio aspettando…"



domenica 2 marzo 2008

Elogio dei piedi


"Perché reggono l'intero peso

Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi

Perché riescono a correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare

Perché portano via

Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato

e chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovoa camminare in linea retta

Perché sanno saltare

e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali

Perché scalzi sono belli

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli

e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica

Perché sanno giocare con la palla

Perché sanno nuotare

Perché per qualche popolo pratico erano un'unità di misura

Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Puškin:

"Piedini piedini dove siete voi adesso?"

Perché gli antichi li amavano

e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante

Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro

o ripiegati indietro da un inginocchiatoio

Perché mai capirò come fanno a correre

contando su un appoggio solo

Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango

il croccante tip tap, la ruffiana tarantella

Perché non sanno accusare e non impugnano armi

Perché sono stati crocifissi

Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno

viene scrupolo che il bersaglio non meriti l'appoggio

Perché come le capre amano il sale

Perché non hanno fretta di nascere

però poi quando arriva il punto di morire scalciano

in nome del corpo contro la morte".

Erri De Luca

venerdì 30 novembre 2007

Lettera a Savonarola

Estate quasi 1500.
Caro Savonarola... Santissimo Savonarola, quanto sei bello, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali. Santissimo, potresti lasciar vivere Vitellozzo, se puoi, eh... Savonarola, e che è, oh... diamoci una calmata, eh, oh... e che è? Qua pare che ogni cosa, ogni cosa uno non si può muovere che questo o quello, pure per te, oh. Noi siamo due personcine perbene che non facciamo male a nessuno, che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuriamoci a un santone come te. Anzi, no, no, anzi, varrai più di una mosca. Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto. Scusa per il paragone tra la mosca e il frate, non volevamo minimamente offendere. I tuoi peccatori di prima, con la faccia dove sappiamo, sempre zitti, sotto.

giovedì 29 novembre 2007

Totò




"Io so a memoria la miseria e la miseria

è il copione della vera comicità.

Non si può far ridere se non si conosce bene

il dolore, la fame, il freddo, l'amore senza speranza,

la disperazione della solitudine

di certe squallide camerette ammobiliate

alla fine di una recita in un teatrucolo di provincia;

e la vergogna dei pantaloni sfondati,

il desiderio di un caffelatte,

la prepotenza esosa degli impresari,

la cattiveria del pubblico senza educazione.

Insomma, non si può essere un vero comico

senza aver fatto la guerra con la vita".
Totò




martedì 13 novembre 2007

"La vita dovrebbe essere vissuta al contrario" di Woody Allen

Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchetetracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio.
Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughescompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo!